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Scrittura terapeutica e cambio di stagione: 5 esercizi per il calo d’umore

Con il cambio di stagione l’umore può scendere di un gradino. Cinque esercizi di scrittura terapeutica, brevi e gentili, per nominare le emozioni, ritrovare ordine e scegliere piccoli gesti di cura quotidiani.

Quando la luce diminuisce e le giornate si accorciano, è normale sentirsi più stanchi, irritabili o poco motivati. Il cambio di stagione altera i ritmi del sonno, riduce l’esposizione alla luce naturale e scombina le abitudini. In questo passaggio la scrittura terapeutica è un aiuto semplice: mettere in parole ciò che si prova aiuta a fare chiarezza, a ridurre l’allarme interno e a scegliere piccoli gesti di cura. Le ricerche sul cd affect labeling (ovvero dare un nome preciso alle emozioni), auto-compassione e coerenza della storia personale mostrano effetti positivi su stress, ruminazione e benessere psicologico.

Perché l’autunno può pesare sull’umore

Con meno luce naturale il ritmo biologico tende a spostarsi: si dorme peggio, si cercano “consolazioni” rapide e ci si muove meno. Se non ce ne accorgiamo, la somma di questi piccoli cambiamenti abbassa l’energia. Un diario rende visibili questi passaggi e permette di intervenire con passi sostenibili.

5 esercizi di scrittura terapeutica per il cambio di stagione

1) Meteo interiore

Per due o tre minuti descrivi come ti senti con immagini della natura (cielo, vento, bosco, marea).

Perché aiuta: la metafora crea una distanza sicura e facilita l’etichettatura emotiva, che favorisce regolazione e chiarezza.

2) Ciò che drena / ciò che nutre

Traccia due colonne. A sinistra scrivi ciò che ti toglie energia in questo periodo e a destra ciò che ti sostiene (anche in modo minimo).

Perché aiuta: mette ordine, riduce la ruminazione e trasforma il “troppo” in priorità gestibili.

3) Lettera di auto-compassione

Scrivi a te come scriveresti a una persona cara. Riconosci la fatica, valida l’emozione e proponiti un piccolo gesto da fare nelle prossime ore (uscire alla luce, andare a letto prima, chiedere aiuto).

Perché aiuta: la auto-compassione riduce l’autocritica, sostiene la resilienza e orienta verso scelte di cura realistiche.

4) Diario della luce

Per 14 giorni annota quando stai alla luce del giorno (anche 10–20 minuti), dove ti trovi e come ti senti prima e dopo in tre parole.

Perché aiuta: collega luce, movimento e umore, facilita la consapevolezza corporea e sostiene piccole routine protettive.

5) Tre righe serali

Ogni sera scrivi tre frasi: “Oggi ho provato…”, “Oggi ho capito/ricordato…”, “Domani mi prendo cura di me così…”.

Perché aiuta: crea coerenza nella storia personale, alleggerisce la mente la sera e rende costante la pratica. È uno degli esercizi di scrittura terapeutica più facili da mantenere.

Perché la scrittura terapeutica aiuta in autunno

La scrittura terapeutica funziona perché unisce tre processi:

  • Nominare con precisione ciò che si prova → meno allarme, più ordine.

  • Riorganizzare l’esperienza in un racconto coerente → più senso e direzione.

  • Parlarsi con gentilezza → meno autocritica, più gesti di cura possibili.

    Questi meccanismi sono coerenti con le evidenze su etichettatura emotiva, auto-compassione e costruzione della propria storia di vita.

Quando chiedere aiuto

Se il calo d’umore è intenso o dura settimane, se compaiono sintomi depressivi marcati o pensieri di autosvalutazione, è importante confrontarsi con un professionista. La scrittura non sostituisce una terapia clinica: può camminare accanto ad altri percorsi di cura.

Conclusione

Il cambio di stagione è un passaggio, non un giudizio su di te. Con pochi minuti al giorno e alcuni esercizi di scrittura terapeutica puoi osservare ciò che senti, scegliere piccole azioni di benessere e accompagnarti con gentilezza fino a un nuovo equilibrio. La costanza vale più della perfezione.

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Poesia, scrittura terapeutica e cura

Quando poesia e scrittura terapeutica si incontrano, la parola diventa cura: metafore che danno forma al sentire, ritmo che contiene, narrazione che restituisce senso. Un ponte tra corpo ed emozioni per regolarsi, comprendersi e creare legami.

Perché la parola creativa può fare bene

La poesia non è solo estetica: è un modo di pensare le emozioni. Quando entra nella scrittura terapeutica, la parola creativa diventa un contenitore dove ciò che sentiamo può essere visto, nominato, trasformato. Ecco cosa sappiamo — tra clinica, neuroscienze e pratiche di cura — su questo legame.

1) La metafora dà forma e distanza sicura

La poesia usa metafore e immagini. In psicologia si parla di simbolizzazione: quando un vissuto prende forma simbolica, diventa più maneggiabile.

Le metafore creano distanza protetta: restiamo in contatto con l’emozione senza esserne travolti (parlare di “grandine nel petto” non è negare il dolore: è dargli un profilo).

Studi di linguistica cognitiva e neuroimaging mostrano che comprendere metafore sensoriali attiva reti sensori-motorie: il linguaggio figurato non “descrive soltanto”, fa sentire. Questo coinvolgimento corporeo aiuta a integrare mente e corpo, favorevole alla regolazione emotiva.

2) Nominare le emozioni calma i circuiti della minaccia

La etichettatura emotiva (affect labeling) — cioè dire “questa è paura / vergogna / tristezza” — è associata a minore reattività dell’amigdala e maggiore attivazione di aree prefrontali implicate nell’autocontrollo.

La poesia facilita l’etichettatura perché offre parole finissime per sfumature difficili (“tenerezza feroce”, “nostalgia luminosa”). Meno allarme, più spazio di respiro.

3) Il ritmo contiene, il respiro segue

Verso, pausa, ripetizione: il ritmo poetico è una forma di contenimento. Come in molte pratiche somatiche, la cadenza regolare favorisce sincronizzazione tra respiro, attenzione e tono emotivo.

Leggere o scrivere versi con pause intenzionali sostiene una de-attivazione gentile del sistema di allerta e la possibilità di stare con ciò che c’è.

4) Dalla frammentazione al senso: la coerenza narrativa

La ricerca sull’identità narrativa mostra che costruire racconti coerenti dei propri eventi di vita è collegato a maggiore benessere psicologico, senso di continuità e speranza.

La scrittura terapeutica opera proprio qui: prende materiali grezzi (ricordi, emozioni, immagini) e li ordina in un filo che non cancella il dolore, ma gli dà posto.

La poesia aiuta a trovare il nucleo: pochi versi possono cogliere la verità di un passaggio meglio di pagine intere, e questo nucleo diventa una bussola.

5) Legami che curano: dalla cura personale a quella collettiva

Condividere testi in un gruppo (senza giudizio) crea sicurezza sociale: sentirsi ascoltati riduce il senso di isolamento e supporta la coregolazione emotiva.

Biblioterapia e pratiche di poetry therapy in contesti clinici ed educativi mostrano esiti promettenti su umore, ansia, qualità della vita, soprattutto quando la lettura/scrittura è guidata e rispettosa dei tempi di ciascuno.

La parola poetica costruisce linguaggi comuni: rende dicibile l’indicibile e apre relazioni più autentiche (con sé, con gli altri).

6) Limiti e responsabilità

La scrittura, anche poetica, è uno strumento di supporto: non sostituisce la terapia psicologica o medica. Se emergono traumi o un disagio persistente, è importante rivolgersi a professionista. La scrittura può camminare accanto ad altri percorsi di cura.

In pratica

  • Prima la sicurezza: scegli un tempo breve, un luogo quieto, confini chiari.

  • Punta alla precisione emotiva: una sola immagine, un solo colore, un solo suono per dire “come sto”.

  • Chiudi con cura: dopo aver scritto, nota di cosa hai bisogno adesso (acqua, una passeggiata, inviare il testo a una persona fidata o tenerlo per te).

Perché funziona

La poesia apre; la scrittura terapeutica accompagna; insieme aiutano a regolare, dare senso e connettere: tre movimenti chiave della cura di sé.

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