Tradurre il dolore: Petrarca, Synge e “Poiché la vita fugge”
Ci sono dolori che non passano “perché passa il tempo”. Passano (forse) quando trovano una forma. A volte una frase. A volte un ritmo. A volte una pagina.
“Poiché la vita fugge” è un libro che nasce proprio lì: nel punto in cui il dolore smette di essere solo una ferita muta e diventa parola - non per abbellirlo, ma per renderlo abitabile. Il volume mette in dialogo 17 sonetti “in morte di Madonna Laura” di Francesco Petrarca, le versioni in prosa anglo-irlandese di John Millington Synge, e la traduzione in prosa italiana contemporanea.
Tre voci, un unico filo: la mancanza che continua a parlare.
Tre voci che si incontrano (e non si cancellano)
In questo libro non c’è una traduzione “a senso unico”. C’è un passaggio vivo: Synge traduce Petrarca e, a sua volta, quella prosa viene riportata in italiano contemporaneo da Martina Maria Mancassola. Il risultato è un “cortocircuito” di intensità emotiva e sperimentazione linguistica, capace di scardinare l’idea che tradurre significhi soltanto trasferire parole da una lingua all’altra.
La traduzione qui somiglia più a un incontro: ci si avvicina a un testo, ci si lascia toccare, e poi si prova a restituire - non “la copia”, ma una nuova vita.
La “pietas” come gesto umano: verso sé stessi e verso l’altro
Petrarca ci consegna una cosa semplice e difficilissima: il dolore può diventare pietas, cioè compassione, cura, riconoscimento delle fragilità - le proprie e quelle altrui. In queste pagine, la sofferenza non è una debolezza da nascondere: è una verità umana che, una volta nominata, smette di divorare in silenzio.
Nel sonetto 272 (“La vita fugge, et non s’arresta una hora”), Petrarca mette in scena la mente che non trova tregua: presente e passato che fanno guerra, e il futuro che preme. Ma in mezzo a quel turbine appare un punto decisivo: “pietate” - una forma di misericordia verso di sé.
Ed è proprio qui che la letteratura, quando è onesta, diventa anche cura; non perché “aggiusta”, ma perché fa spazio.
Tradurre è riscrivere (e riscriversi)
Nel libro è presente anche la “Nota della traduttrice” (Mancassola) che dice chiaramente il cuore del progetto: la traduzione nasce da una dimensione di dolore lacerante ma abitabile, e il dolore viene immaginato come un “colpo”, una frattura, una ferita - ma anche come una fessura attraverso cui può entrare “nuovo respiro”.
E poi una frase che è la chiave di tutto: “riscrivere il dolore con parole nuove, così come noi diventiamo nuovi scrivendo.”
Questa è una definizione altissima (e concreta) di ciò che può essere la scrittura quando non è performance: non un ornamento, ma un modo per attraversare il reale.
Perché questo libro parla anche di scrittura come cura
Se lavori con le parole - se scrivi, traduci, o semplicemente cerchi un modo per non farti travolgere da ciò che senti - questo libro ha una forza particolare; mostra che il dolore non va “spiegato” per forza. A volte va ascoltato, portato sulla pagina, trasformato in un linguaggio che non lo tradisca.
Nella nota biografica, il percorso di Martina Maria Mancassola viene descritto come un lavoro in cui la scrittura (in ambito non clinico) si intreccia con pratiche e metodi legati alla scrittura espressiva: viene citata l’integrazione dei metodi di Pennebaker e Mazza.
Qui non lo dico per “mettere un bollino scientifico”, ma perché è la stessa direzione del libro: la parola come gesto che cambia direzione al pensiero e permette alle emozioni di “emettere il proprio suono”.
Come avvicinarsi al testo
Non ti direi “leggilo tutto d’un fiato”. Ti direi:
• leggilo lentamente, anche a piccoli blocchi;
• nota le dicotomie che tornano (vita/morte, dolore/amore, cielo/terra), perché sono la grammatica emotiva del libro;
• lascia che alcune frasi rimangano lì, come rimangono certi dolori; non per ferire, ma per ricordarti che sei vivo/a.
Se ti va, puoi portarti dietro una domanda semplice mentre leggi:
“Quale parte del mio dolore sto provando a non sentire?”
E un’altra ancora:
“Che lingua userei, oggi, per dirlo senza vergogna?”
Se vuoi il libro
“Poiché la vita fugge” (Collana Leda, Samuele Editore, dicembre 2025) è a cura e con prefazione di Michele Governale e Marco Sonzogni, con traduzioni di Martina Mancassola e postfazione di Francesca Calamita.