Le finestre dentro di me
Poesia pubblicata su Journal of Italian Translation, primavera 2025. Traduzione inglese di Timothy Smith.
Poesia pubblicata su Journal of Italian Translation, primavera 2025. Traduzione inglese di Timothy Smith.
Le finestre dentro di me
Quando guardo le case
penso:
ci devono essere finestre
e porte
anche dentro me.
Le sento aprirsi e chiudersi,
talvolta sbattere.
Eppure, quando morirò,
non credo le troveranno:
il mio scheletro
le ha nascoste per bene
e andranno perdute.
O forse un angelo
se ne farà carico
e le porterà in paradiso
per arredarlo,
oppure in un altro mondo,
dove porte e finestre
servono a sognare,
a perdersi dentro le strade
che aprono e chiudono
quasi per magia.
Se qualcuno le vuole,
gliele posso prestare,
ma a una condizione:
non smettere di sognare.
Martina Maria Mancassola
The Windows Within Me
When I see houses
I think to myself:
there must be windows
and doors
within me as well
I hear them opening, closing,
sometimes banging.
And yet, when I die,
I don’t think they’ll find them:
my skeleton
has hidden them for good
and they’ll be lost forever
Or perhaps an angel
will take care of them
carrying them to heaven
to adorn them,
or rather, in another world,
where doors and windows
are employed for dreaming,
for losing oneself in streets
that open and close
as if by magic.
If anyone wants them,
I can lend them out
but on one condition:
that you don’t stop dreaming.
English translation by Timothy Smith
Quando il mattino apre gli occhi
Poesia pubblicata su Journal of Italian Translation, primavera 2025. Traduzione inglese di Timothy Smith.
Poesia pubblicata su Journal of Italian Translation. Traduzione inglese di Timothy Smith, 2025.
Quando il mattino apre gli occhi
Ho raccolto la lacrima di una foglia
Cielo ridotto in miniatura
E le mie dita l’hanno assorbita
Per abbeverare l’animo
Aveva sete
E avendo ancora sete
Uscì in cerca di altre lacrime
Le trovò sul viso della città
E sulle ali di una libellula
Entrambe avevano perso un amore
Ma non se ne impossessò
Più avanti sarebbe arrivato un bambino
E con le sue mani di gioia
Avrebbe fatto sparire il loro dolore
Martina Maria Mancassola, Quando il mattino apre gli occhi (Eretica Edizioni, 2025).
When Morning Opens Your Eyes
From a leaf I collected a teardrop
A sky in miniature
And my fingers absorbed it
So as to sate my soul
My soul was thirsty
And thirsts still
Out it went in search of other tears
On the city’s visage it found them
And on the wings of a dragonfly
Both had lost someone they’d loved
But it didn’t take hold of them
A bit later a child would come
And with his joyful hands
Make their pain go away
Translated into English by Timothy Smith
Ferite a cielo aperto
Poesia finalista al premio Alcova Letteraria 5 e selezionata per la relativa antologia, dicembre 2025.
Poesia finalista al premio Alcova Letteraria 5 e selezionata per la relativa antologia, dicembre 2025.
Ferite a cielo aperto
Della caduta della pioggia
sulla terra
ce lo raccontano
le pozzanghere:
pezzi di cielo
bagnati di terra
che rimangono un poco
e poi vanno via.
L’acqua è come il dolore:
si infiltra nell’asfalto,
come nel nostro cuore,
e poi sparisce.
È per questo che nascono i fiori
dalle ferite dei marciapiedi.
Martina Maria Mancassola
A drop
Sono felice di condividere la pubblicazione di “A drop” su Orbis #215. In questo post raccolgo il testo in inglese uscito in rivista e la versione italiana.
Poesia pubblicata su Orbis #215, primavera 2026.
A drop
falls from the step
of your heart.
There was a time
when the countryside
around the house
gathered the village in.
Everything was there;
elsewhere did not exist.
We lived on dawns on the plate
and moons in the bed.
Life was a film running on
without intermission.
But from the day
I left, chancing my luck,
the straight line of life
swerved right,
and I became somebody else.
The miles I covered
from evening to morning
and back again
drew me away from the countryside
that had fed me.
Now my hands are dirty.
Between my fingers
no longer dreams
but sores.
I cover them with gloves.
I never went home again,
as if I had never been born.
Traduzione inglese di Martina Maria Mancassola
***
Una goccia
cade dal gradino
del tuo cuore.
C’è stato un tempo
in cui la campagna
attorno a casa
raggruppava gli abitanti
del paese.
Tutto era lì,
l’altrove non esisteva.
Si viveva di albe nel piatto
e lune nel letto.
La vita era una pellicola
che scorreva lentamente
senza intervalli.
Ma dal giorno in cui
me ne andai –
tentando la fortuna –
la retta della vita
sterzò a destra,
diventai un’altra.
I chilometri percorsi
da sera a mattina
e poi al contrario
mi allontanarono dalla campagna
che mi aveva nutrito.
Ora le mani sono sporche,
tra le dita non più sogni
ma piaghe,
le copro con i guanti.
A casa non sono più tornata,
come se non fossi mai nata.
Martina Maria Mancassola
Harriet Tubman
Poesia selezionata per la newsletter Poesia e Resistenza di LPC – Libera Poesia Contemporanea, gennaio 2026.
Poesia selezionata per la newsletter Poesia e Resistenza di LPC – Libera Poesia Contemporanea (gennaio 2026).
Harriet Tubman
Nacqui nel Maryland
schiava di una piantagione.
Perdere più volte
la memoria
mi permise di vedere
la verità nascosta
dalla coltre della mente
mal pensante.
La mia fu una fuga
al contrario:
tornai indietro
una, due, tre volte
per aprire gabbie
di anime a capo chino.
Sapendo che un dì sarei morta
disegnai una ferrovia segreta
per la libertà.
C’è chi nasce libero
e chi schiavo
ma basta uno schiavo libero
a cambiare le cose.
Vado a preparare
un posto per te:
siamo tutti schiavi
di qualcosa.
Martina Maria Mancassola
L’afa è come il dolore
Poesia pubblicata su Open Doors Review, n. 8, marzo 2026.
Poesia pubblicata su Open Doors Review, n. 8, marzo 2026.
L’afa è come il dolore
sfuma i contorni
riduce l’ampiezza dei movimenti
scioglie le certezze
ti rende torsolo
nudo
al sole.
Senza più niente
da nascondere,
cammini
cadi
temporeggi.
L’attesa dell’autunno
è vana
ma se tutto passa,
tutto arriva
e tu arriverai.
Martina Maria Mancassola
Acquerello e scrittura personale: un laboratorio creativo a Verona tra confini e gentilezza
Un laboratorio creativo vicino Verona: fiori ad acquerello e scrittura personale per dipingere i confini e scriversi con gentilezza, senza giudizio.
Quando si cerca un laboratorio creativo a Verona, spesso non si cerca “solo” un’attività. Si cerca un posto in cui stare bene. Un tempo che non chiede di performare. Un momento in cui fare spazio, respirare, rimettere in moto le mani.
Questo laboratorio nasce proprio da qui: un incontro tra acquerello e scrittura personale per parlare — in modo semplice e concreto — di confini e gentilezza. Confini intesi come protezione, come rispetto di sé. Gentilezza come modo di parlarsi, di scegliere, di stare nelle relazioni senza perdersi.
Non è un corso, è un laboratorio creativo, libero.
Perché l’acquerello (anche se si parte da zero)
L’acquerello è una piccola lezione di fiducia: l’acqua fa la sua parte, il colore si apre, le sfumature si incontrano. C’è una bellezza particolare nel non controllare tutto — e nel vedere che, comunque, qualcosa prende forma.
Dipingeremo fiori liberi e spontanei, lasciandoci guidare dall’acqua e dal colore. È adatto anche a chi non ha esperienza: se sta cercando un corso di acquerello a Verona per principianti, qui troverà un approccio accessibile, senza giudizio e senza aspettative.
Confini gentili: non muri, ma cura
A volte la gentilezza viene confusa con il compiacere. In realtà può essere l’opposto: può essere un “no” detto bene, un limite che protegge, una scelta che non ferisce.
Nel laboratorio, i confini diventano qualcosa di visibile: una linea, un bordo, uno spazio, un colore che si ferma. Non serve raccontare tutto. Basta accorgersi. E già questo — per molte persone — è un passo importante.
Dall’immagine alla parola
Dopo la pittura, passeremo alla scrittura guidata. Una scrittura semplice, non scolastica, che nasce dall’opera: da un colore, da una forma, da un dettaglio che ha risuonato.
Scriveremo per mettere in parole ciò che spesso sentiamo ma non nominiamo: un bisogno, una soglia, una cura, un modo più umano di trattarci. L’idea è uscire con qualcosa di concreto: una frase, una lettera breve, un promemoria gentile che resta.
Per chi è (Verona e provincia)
Questo workshop è pensato per chi:
• cerca laboratori creativi a Verona e dintorni
• vuole un’esperienza che unisca arte e scrittura
• ha bisogno di un tempo lento, in un gruppo piccolo e accogliente
• è curioso/a di esplorare i propri confini senza trasformarli in rigidità
Chi conduce
Il laboratorio è condotto da Alessandra Girardi (Bee-Art Atelier) e Martina Maria Mancassola.
Alessandra guiderà la parte di acquerello; Martina accompagnerà la scrittura (scrittura terapeutica in chiave espressiva e non giudicante), con consegne semplici e rispettose dei tempi di ciascuno.
Informazioni e iscrizioni
I dettagli pratici (data, orario, iscrizione) sono nella pagina evento.
Una chiusura semplice
A volte la gentilezza è una cosa piccola: un bordo tracciato, un colore scelto, una frase detta nel modo giusto.
Se sente che potrebbe farle bene, la aspettiamo.
Per capire chi sono: il mio nuovo libro di poesie
Per capire chi sono è il mio nuovo libro di poesie, pubblicato da Zacinto Edizioni a marzo 2026. Una raccolta che attraversa corpo, desiderio, memoria e fragilità, restando vicina alle domande essenziali: chi siamo, cosa perdiamo, cosa ci salva.
Un libro nato da una necessità
Ci sono libri che nascono da un progetto.
E poi ci sono libri che nascono da una necessità.
Per capire chi sono è nato così: dal bisogno di fermarmi, ascoltare quello che si muoveva dentro e provare a restargli accanto con parole vere.
È una raccolta di poesie che attraversa il corpo, il desiderio, la memoria, le fratture. Non cerca scorciatoie, non prova ad addolcire tutto, non finge che il dolore non esista. Piuttosto, prova a stare. A restare abbastanza vicina alle domande essenziali: chi siamo, cosa perdiamo, cosa ci salva.
Ho scritto queste poesie nei punti in cui sentivo di non poter più usare parole lontane da me. Avevo bisogno di una lingua più nuda, più precisa, più fedele.
Per questo Per capire chi sono non è un libro che vuole spiegare. È un libro che vuole accompagnare.
Accompagna chi si sente in un passaggio.
Chi sta cambiando senza avere ancora un nome per quello che sta vivendo.
Chi sente di essere attraversata o attraversato da qualcosa di forte, ma non vuole tradurlo subito in una risposta definitiva.
È una poesia che resta vicina alla fragilità senza trasformarla in resa.
Che tiene insieme lacrima e sorriso, schianto e incanto, fatica e desiderio di restare vivi.
Cosa troverai all’interno
Il libro è uscito a marzo 2026 con Biblion Edizioni, nella collana Zacinto poesia. È una raccolta breve, di 48 pagine, ma per me molto densa: ogni testo prova ad aprire un varco, non a fare rumore.
Chi mi segue da tempo sa che il mio lavoro si muove da sempre attorno a questi nuclei: la scrittura come ascolto, la fragilità come luogo da abitare, il desiderio di dare forma a ciò che spesso resta solo sentito. In questo senso, Per capire chi sono è un libro profondamente vicino a tutto quello che porto anche nei miei laboratori e nei percorsi di scrittura terapeutica: il tentativo di restare fedeli a ciò che ci attraversa.
Un libro per chi è in cerca di sé
Se leggerai questo libro, spero che tu possa entrarci senza fretta.
Non per cercare una risposta pronta, ma per vedere se tra queste poesie ce n’è almeno una che ti riconosce.
Una che ti si siede accanto.
Una che ti dica, anche solo per qualche riga: non sei sola, non sei solo, in questo sentire.
Per capire chi sono è disponibile qui.
Grazie a chi vorrà leggerlo o regalarlo.
E grazie a chi continuerà a credere che la poesia possa ancora essere un modo per avvicinarsi, un po’, alla verità di sé.
Martina Maria Mancassola
Respiro e meditazione: come rilassarsi, dormire meglio e scrivere le emozioni
Quando il respiro rallenta, anche la mente trova spazio. In questo articolo ti spiego, con basi scientifiche, come meditazione e respirazione possono aiutare ansia e sonno - e perché la scrittura terapeutica funziona meglio dopo aver creato calma e presenza.
Ci sono periodi in cui la mente non si spegne mai: pensieri ricorrenti, stanchezza, un’agitazione di fondo che si porta anche a letto. In quei momenti, “capire” non basta. Serve uno spazio interno, un po’ di silenzio nel corpo, prima ancora che nel pensiero.
Per questo, nella mia esperienza, respiro e meditazione possono essere un primo gesto concreto: non risolvono tutto, ma cambiano il terreno su cui cammini. E quando quel terreno diventa più stabile, la scrittura terapeutica riesce a lavorare meglio: non come un accumulo di parole, ma come un modo per dare forma, ordine e senso alle emozioni.
Di seguito trovi un percorso semplice (e realistico) per unire queste due cose.
1) Perché il respiro aiuta davvero a calmarsi
Quando siamo in ansia o sotto stress, il corpo spesso entra in modalità “allerta”: battito più alto, tensione muscolare, respiro corto. Lavorare sul respiro - soprattutto rallentandolo e rendendolo più regolare - può sostenere i sistemi di regolazione dello stress e portare segnali di sicurezza al corpo. È uno dei motivi per cui molte pratiche contemplative iniziano da lì: dal ritmo.
Non è magia, né “pensiero positivo”: è fisiologia. E la cosa più interessante è che il respiro è una delle poche leve che abbiamo sempre con noi. Anche quando tutto è troppo.
2) Meditazione e qualità del sonno: cosa dice la ricerca
Un punto importante: spesso chi soffre di insonnia o sonno leggero non ha “solo” un problema di sonno - ha un sistema nervoso che fatica a ridurre i giri.
Su questo esistono risultati scientifici solidi: programmi di meditazione e mindfulness sono stati studiati per stress e sintomi d’ansia, con benefici mediamente piccoli – moderati, ma reali, soprattutto quando la pratica è costante e guidata.
E sul sonno, ci sono anche studi clinici (trial) su interventi di mindfulness che mostrano miglioramenti nella qualità del sonno e nei disturbi del sonno in alcune popolazioni, rispetto a interventi di controllo.
Tradotto in parole semplici: non è che “la meditazione ti fa dormire”, ma può aiutare a ridurre l’attivazione che ti impedisce di dormire.
3) Perché la scrittura terapeutica funziona meglio dopo
Qui succede una cosa che vedo spesso nei percorsi: molte persone scrivono tanto… ma scrivono dentro lo stesso vortice. La pagina diventa uno sfogo continuo, senza un prima e un dopo.
Quando invece fai prima anche solo 5 minuti di respiro o una breve meditazione, la scrittura cambia qualità:
diventa più chiara,
più centrata,
meno “tutto insieme”,
e soprattutto più capace di trasformare (non solo di scaricare).
La scrittura espressiva/emotiva, studiata in ambito psicologico, è stata associata in varie ricerche a benefici su benessere emotivo e alcuni esiti di salute, specie quando è guidata e contestualizzata (non lasciata al caos).
Ecco perché, per molte persone, l’unione “prima respiro, poi scrittura” è una svolta pratica: prima regoli, poi elabori.
4) Un rituale breve (8 minuti) per fare spazio
Non è un esercizio “perfetto”. È una mini-ancora, utile anche quando non hai energie.
Minuto 0–3 (respiro)
Siediti comoda/o. Inspira dal naso e fai un’espirazione un po’ più lunga dell’inspirazione (senza forzare).
Obiettivo: non “svuotare la mente”, ma abbassare il volume.
Minuto 3–8 (scrittura terapeutica)
Scrivi in modo libero iniziando da una di queste frasi:
“In questo momento il mio corpo mi sta dicendo…”
“Se l’ansia avesse una forma, oggi sarebbe…”
“Oggi ho bisogno di sentirmi…”
Poi fermati. Una sola cosa: sottolinea una parola che ti sembra vera. Quella parola è già un piccolo orientamento.
Se ti accorgi che la scrittura ti riporta subito nel vortice, torna al respiro per 60 secondi e poi riprendi. È normale.
5) Una nota importante (per prenderti cura sul serio)
Meditazione, respiro e scrittura terapeutica possono essere strumenti potentissimi di consapevolezza e regolazione. Ma se stai vivendo depressione intensa, insonnia severa, attacchi di panico frequenti o pensieri di autosvalutazione molto pesanti, meriti un supporto clinico oltre alla pratica personale. La scrittura può affiancare, non sostituire, un percorso psicologico o medico quando serve.
Se vuoi farlo con una guida (senza forzare)
Se ti va di provare una pratica guidata, sul mio canale YouTube trovi anche audio di yoga nidra e meditazione pensati per il rilassamento e il sonno.
E se senti che non vuoi fare tutto da sola/o, lavoro anche online e a Verona con percorsi individuali e di gruppo di scrittura terapeutica: uno spazio gentile, strutturato, dove respiro e parola si intrecciano con calma, rispettando i tuoi tempi.
Dentro di me: laboratorio di pittura e scrittura ispirato a Frida Kahlo
Un laboratorio creativo vicino Verona ispirato a Frida Kahlo: pittura e scrittura per dare forma a ciò che senti, senza pressione e senza “prestazione”.
A volte non serve “fare grandi cose”. Serve fare una cosa piccola, autentica, viva: sedersi, scegliere un colore, mettere le mani in movimento. E poi, con calma, trovare parole che non siano perfette ma sincere.
Questo laboratorio nasce da qui: dalla voglia di creare un luogo in cui non devi dimostrare nulla. Un luogo in cui puoi arrivare anche con la testa piena, anche con sensazioni pesanti addosso, e pian piano tornare a sentirti più presente.
È un laboratorio che unisce pittura e scrittura guidata, ispirato all’universo simbolico di Frida Kahlo — non per copiare la sua arte, ma per lasciarci ispirare e accompagnare dalla sua libertà: trasformare un sentire in forma.
Perché Frida
Frida Kahlo non è “solo” un’icona. È qualcuno che ha avuto il coraggio di dire: questa sono io, con tutto quello che c’è.
Nei suoi lavori ritornano segni che sembrano semplici e invece sono profondi: fiori, foglie, animali, radici, corpi, paesaggi interiori. Non come decorazioni, ma come linguaggio.
E quando ti avvicini a quel linguaggio succede una cosa: ti viene voglia di chiederti - con dolcezza - che simboli ci sono dentro di me, oggi?
Non quelli “giusti” o perfetti ma quelli veri.
Un laboratorio non per essere bravi, ma per essere presenti
Ci sono persone che non sanno se partecipare a eventi di questo tipo perché “non sanno dipingere” o perché “non sanno scrivere”.
Qui la verità è un’altra: non serve sapere. Serve concedersi il permesso di provare.
Dipingeremo in modo guidato e accessibile, lasciando che i colori facciano il loro lavoro: accendersi, spegnersi, incontrarsi, cambiare direzione. E poi useremo quello che emerge per scrivere — non un tema, non un compito — ma una piccola pagina che nasce dal tuo gesto, dal tuo segno, dal tuo colore.
È un’esperienza che ti riporta a una cosa semplice: non devi essere perfetta/o per creare.
Il gruppo: una parte importante dell’esperienza
C’è anche un motivo in più per cui vale la pena esserci: farlo insieme.
Non in modo invadente, ma in quella maniera delicata che succede quando più persone creano nello stesso spazio: ognuno nel proprio mondo, eppure in compagnia.
A volte basta ascoltare una frase letta da qualcun altro, vedere un collage, notare un colore. Ti ricordi che non sei solo/a nel tuo modo di sentire. E che esiste un modo leggero di stare in contatto, senza spiegare troppo.
Se sei di Verona o provincia e cerchi un laboratorio creativo dove poter venire anche da solo/a, questo tipo di serata è spesso una sorpresa: entri con un certo peso, esci con un po’ più di aria.
Cosa ti porti a casa
Non solo “un lavoro” (anche quello, certo).
Ti porti via:
il ricordo di un gesto fatto senza giudizio
un colore che ti ha detto qualcosa
una frase che non sapevi di avere
la sensazione di esserti concesso/a un tempo buono
E spesso, il giorno seguente ti accorgi che quel tempo buono continua: perché la creatività non è un evento. È un modo di tornare a casa.
Dove si svolge
Il laboratorio si svolge in zona San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona: un posto comodo da raggiungere per chi vive a Verona e dintorni, pensato per lavorare con calma e in un gruppo raccolto.
Se vuoi partecipare, puoi scrivere qui.
Chi conduce il laboratorio
Il laboratorio è condotto da Alessandra Girardi (Bee Art Atelier) e Martina Maria Mancassola.
Alessandra è un’artista e facilitatrice di laboratori d’arte, con formazione in storia dell’arte: guiderà la parte pittorica e l’esplorazione dei simboli, in modo semplice e accessibile.
Io sono Martina Maria Mancassola, scrittrice e operatrice certificata di scrittura terapeutica: accompagnerò la parte di scrittura guidata, con consegne chiare e rispettose dei tempi di ciascuno, per trasformare l’esperienza visiva in parole.
Tradurre il dolore: Petrarca, Synge e “Poiché la vita fugge”
Che cosa succede quando un dolore antico incontra un dolore contemporaneo? “Poiché la vita fugge” mette in dialogo Petrarca, Synge e una voce di traduzione che cerca una lingua abitabile per la mancanza.
Ci sono dolori che non passano “perché passa il tempo”. Passano (forse) quando trovano una forma. A volte una frase. A volte un ritmo. A volte una pagina.
“Poiché la vita fugge” è un libro che nasce proprio lì: nel punto in cui il dolore smette di essere solo una ferita muta e diventa parola - non per abbellirlo, ma per renderlo abitabile. Il volume mette in dialogo 17 sonetti “in morte di Madonna Laura” di Francesco Petrarca, le versioni in prosa anglo-irlandese di John Millington Synge, e la traduzione in prosa italiana contemporanea.
Tre voci, un unico filo: la mancanza che continua a parlare.
Tre voci che si incontrano (e non si cancellano)
In questo libro non c’è una traduzione “a senso unico”. C’è un passaggio vivo: Synge traduce Petrarca e, a sua volta, quella prosa viene riportata in italiano contemporaneo da Martina Maria Mancassola. Il risultato è un “cortocircuito” di intensità emotiva e sperimentazione linguistica, capace di scardinare l’idea che tradurre significhi soltanto trasferire parole da una lingua all’altra.
La traduzione qui somiglia più a un incontro: ci si avvicina a un testo, ci si lascia toccare, e poi si prova a restituire - non “la copia”, ma una nuova vita.
La “pietas” come gesto umano: verso sé stessi e verso l’altro
Petrarca ci consegna una cosa semplice e difficilissima: il dolore può diventare pietas, cioè compassione, cura, riconoscimento delle fragilità - le proprie e quelle altrui. In queste pagine, la sofferenza non è una debolezza da nascondere: è una verità umana che, una volta nominata, smette di divorare in silenzio.
Nel sonetto 272 (“La vita fugge, et non s’arresta una hora”), Petrarca mette in scena la mente che non trova tregua: presente e passato che fanno guerra, e il futuro che preme. Ma in mezzo a quel turbine appare un punto decisivo: “pietate” - una forma di misericordia verso di sé.
Ed è proprio qui che la letteratura, quando è onesta, diventa anche cura; non perché “aggiusta”, ma perché fa spazio.
Tradurre è riscrivere (e riscriversi)
Nel libro è presente anche la “Nota della traduttrice” (Mancassola) che dice chiaramente il cuore del progetto: la traduzione nasce da una dimensione di dolore lacerante ma abitabile, e il dolore viene immaginato come un “colpo”, una frattura, una ferita - ma anche come una fessura attraverso cui può entrare “nuovo respiro”.
E poi una frase che è la chiave di tutto: “riscrivere il dolore con parole nuove, così come noi diventiamo nuovi scrivendo.”
Questa è una definizione altissima (e concreta) di ciò che può essere la scrittura quando non è performance: non un ornamento, ma un modo per attraversare il reale.
Perché questo libro parla anche di scrittura come cura
Se lavori con le parole - se scrivi, traduci, o semplicemente cerchi un modo per non farti travolgere da ciò che senti - questo libro ha una forza particolare; mostra che il dolore non va “spiegato” per forza. A volte va ascoltato, portato sulla pagina, trasformato in un linguaggio che non lo tradisca.
Nella nota biografica, il percorso di Martina Maria Mancassola viene descritto come un lavoro in cui la scrittura (in ambito non clinico) si intreccia con pratiche e metodi legati alla scrittura espressiva: viene citata l’integrazione dei metodi di Pennebaker e Mazza.
Qui non lo dico per “mettere un bollino scientifico”, ma perché è la stessa direzione del libro: la parola come gesto che cambia direzione al pensiero e permette alle emozioni di “emettere il proprio suono”.
Come avvicinarsi al testo
Non ti direi “leggilo tutto d’un fiato”. Ti direi:
• leggilo lentamente, anche a piccoli blocchi;
• nota le dicotomie che tornano (vita/morte, dolore/amore, cielo/terra), perché sono la grammatica emotiva del libro;
• lascia che alcune frasi rimangano lì, come rimangono certi dolori; non per ferire, ma per ricordarti che sei vivo/a.
Se ti va, puoi portarti dietro una domanda semplice mentre leggi:
“Quale parte del mio dolore sto provando a non sentire?”
E un’altra ancora:
“Che lingua userei, oggi, per dirlo senza vergogna?”
Se vuoi il libro
“Poiché la vita fugge” (Collana Leda, Samuele Editore, dicembre 2025) è a cura e con prefazione di Michele Governale e Marco Sonzogni, con traduzioni di Martina Mancassola e postfazione di Francesca Calamita.
Quando il mattino apre gli occhi: poesia, emozioni e un nuovo inizio
La poesia non risolve: accompagna. “Quando il mattino apre gli occhi” è una raccolta che attraversa emozioni, fragilità e passaggi interiori con una lingua essenziale. Un articolo su come la poesia può diventare un gesto di ascolto — e perché scrivere, secondo la ricerca, può fare bene.
Taccuino con penna stilografica
Ci sono mattini in cui non succede niente di eclatante, eppure dentro si muove qualcosa. Una stanchezza diversa, un desiderio sottile, un pensiero che torna. Non sempre sappiamo dargli un nome.
La poesia, per me, nasce proprio lì: nel punto in cui la lingua quotidiana non basta più, e serve una parola più vera, più essenziale.
Quando il mattino apre gli occhi è una raccolta che attraversa questo spazio: il risveglio come soglia, la fragilità come linguaggio, le emozioni come paesaggio.
È un libro di poesie pubblicato da Eretica Edizioni (2025): 80 pagine da leggere lentamente, come si fa con le cose delicate.
La poesia non è evasione: è attenzione
Quando leggiamo poesia, spesso non “capire” tutto è parte dell’esperienza. La poesia lavora per immagini, ritmo, silenzio. E in quel silenzio a volte riconosciamo qualcosa di nostro: una ferita, un ricordo, un confine, un ritorno.
La poesia non ti chiede di diventare un’altra persona.
Ti chiede, semmai, di restare un momento in ascolto.
Perché scrivere può fare bene (anche secondo la ricerca)
In ambito internazionale, la ricerca sulla scrittura espressiva (expressive writing) ha osservato che scrivere su emozioni ed esperienze significative può essere associato a benefici sul benessere psicologico e sullo stress. Non è una “cura magica” e non funziona uguale per chiunque, ma è un filone studiato da decenni: mettere in parole ciò che viviamo può aiutare a dare ordine all’esperienza e a renderla più abitabile.
La poesia, a suo modo, fa qualcosa di simile: non spiega, ma trasforma lo sguardo. Ti fa vedere meglio - soprattutto quando dentro è tutto confuso.
Di cosa parla “Quando il mattino apre gli occhi”
Il mattino è una figura semplice e potente: l’inizio, la luce, il ritorno alla vita. Ma il risveglio non è sempre luminoso. A volte è esitante, pieno di domande. A volte è un “ci sono, ma non del tutto”.
Questa raccolta attraversa:
• i dettagli invisibili delle giornate
• i passaggi interiori (quelli che non si annunciano, ma cambiano tutto)
• l’attesa, la mancanza, la cura
• ciò che finisce e ciò che ricomincia
Non è un libro che alza la voce. È un libro che resta vicino.
A chi può parlare questo libro di poesie
Può parlare a te se:
• cerchi un libro di poesie che non sia distante o “freddo”
• senti di essere in un passaggio e ti servono parole che non spingono
• ami la poesia come spazio di ascolto e consapevolezza
• vuoi leggere qualcosa che accompagni fragilità ed emozioni senza retorica
La poesia, quando è sincera, non aggiunge rumore. Fa spazio.
Come leggerlo (se vuoi farne un gesto di cura)
Non serve “capire tutto”. Puoi leggerlo come si ascolta una musica:
• una poesia al giorno (o quando serve)
• sottolineando una frase che resta
• lasciando che una parola diventi compagnia
A volte basta questo: una parola fedele, nel momento giusto.
Dove trovare “Quando il mattino apre gli occhi”
Se vuoi leggere la raccolta o regalarla, puoi trovarla su Amazon.
Piccola FAQ
È un libro di poesie “difficile”?
È un libro essenziale: non richiede competenze, richiede tempo e ascolto.
Parla di fragilità ed emozioni?
Sì, ma senza spiegare troppo: le emozioni passano attraverso immagini e piccoli gesti interiori.
La poesia può aiutare davvero?
Può aiutare a riconoscere, nominare, dare forma. Non promette di “aggiustare”, ma spesso accompagna in modo sorprendentemente concreto.
Fragilità ed emozioni: perché scriverle è un atto di cura
Scrivere le fragilità non significa ingigantirle, ma dare loro una forma. E ciò che prende forma diventa più abitabile. In questo articolo esploro cosa dice la ricerca sulla scrittura terapeutica e perché mettere in parole emozioni e vulnerabilità può diventare un gesto di cura.
Primo piano di fiori rosa sfumati, con stami gialli, su sfondo morbido e sfocato
Viviamo in un tempo che ci chiede di essere forti, veloci, risolti.
Le fragilità, invece, rallentano. Espongono. Mettono a nudo.
Eppure è proprio lì - nella zona più vulnerabile - che può nascere una forma di consapevolezza profonda.
La scrittura terapeutica lavora esattamente in questo spazio: tra emozione e parola, tra dolore e comprensione.
Scrivere le proprie fragilità non significa amplificarle.
Significa dare loro una forma, e quindi un confine.
Scrittura terapeutica e fragilità: cosa dice la ricerca scientifica
Negli studi sull’expressive writing, lo psicologo James W. Pennebaker (University of Texas, 1986 e ricerche successive) ha dimostrato che scrivere per circa 15–20 minuti su esperienze emotivamente significative produce benefici misurabili nel tempo:
riduzione dello stress
migliore regolazione emotiva
maggiore chiarezza cognitiva
effetti positivi sulla salute fisica (in alcuni studi, miglioramento dei parametri immunitari)
Il punto non è “sfogarsi”.
È organizzare l’esperienza.
Quando trasformiamo un’emozione in linguaggio, attiviamo processi cognitivi che aiutano il cervello a integrare ciò che è accaduto. Non cancelliamo il dolore, ma lo rendiamo narrabile. E ciò che è narrabile diventa più abitabile.
Scrivere le proprie emozioni è un modo per passare dalla reazione alla comprensione.
Cosa significa scrivere le proprie fragilità
La fragilità non è debolezza.
È il punto in cui qualcosa si incrina - e quindi può trasformarsi.
Scrivere le fragilità significa:
riconoscere ciò che fa male senza giudizio
distinguere tra “ciò che provo” e “chi sono”
attraversare un’emozione senza esserne travolti
La scrittura crea una distanza gentile.
Non elimina l’emozione, ma la rende più chiara.
Molte persone scoprono che ciò che sembrava confuso o opprimente, una volta scritto, assume contorni diversi. Non sempre più leggeri - ma più comprensibili.
E comprendere è già una forma di cura.
Emozioni, vulnerabilità e crescita interiore
Ogni cambiamento autentico passa da una fase di vulnerabilità.
Non si cresce evitando le crepe, ma attraversandole.
Le emozioni difficili - tristezza, senso di inadeguatezza, paura - non sono errori, ma segnali.
La scrittura permette di ascoltarli senza reagire immediatamente.
Permette di stare.
Ed è nello stare che spesso accade qualcosa: una consapevolezza, un’intenzione, una nuova narrazione.
Diario delle fragilità: abitare la vulnerabilità attraverso la parola
Diario delle fragilità nasce da questa esperienza personale e professionale: la convinzione che le emozioni, se accolte, non siano un ostacolo ma una soglia.
Non è un manuale tecnico.
Non offre soluzioni rapide.
È un attraversamento poetico e narrativo delle zone più vulnerabili dell’animo umano: la solitudine, il dubbio, la perdita, il bisogno di essere visti.
Scrivere delle fragilità, nel libro come nella pratica terapeutica, significa concedersi uno spazio di verità.
Uno spazio in cui non si deve essere performanti.
Solo sinceri.
Perché scrivere fa bene (davvero)
La ricerca scientifica conferma ciò che molte persone sperimentano intuitivamente: scrivere aiuta a dare senso all’esperienza.
Ma oltre ai dati, c’è qualcosa di più sottile.
Scrivere è un atto di presenza.
È fermarsi.
È ascoltare ciò che normalmente copriamo con il rumore.
Non tutte le fragilità si risolvono.
Alcune si trasformano semplicemente in consapevolezza.
E la consapevolezza cambia il modo in cui abitiamo noi stessi.
Se senti che le emozioni e le fragilità hanno bisogno di uno spazio sicuro in cui essere espresse, la scrittura può diventare uno strumento di ascolto profondo.
Nel mio lavoro come operatrice certificata di scrittura terapeutica accompagno percorsi individuali e laboratori dedicati proprio a questo: trasformare l’esperienza emotiva in parola consapevole.
E Diario delle fragilità è uno dei luoghi in cui questo dialogo prende forma.
La mia casa interiore - Laboratorio di scrittura terapeutica a Milano
Un laboratorio di scrittura terapeutica a Milano per esplorare la tua “casa interiore”: stanze, soglie e finestre. Centratura, letture/poesie e scritture guidate per dare parole alle emozioni e fare spazio dentro, con condivisione facoltativa in un clima gentile e senza giudizio.
Ci sono giorni in cui non serve “fare di più”. Serve fare spazio.
E, a volte, il modo più semplice per farlo è un laboratorio di scrittura terapeutica a Milano: un luogo protetto dove rallentare, respirare, ascoltarti, e lasciare che le parole mettano ordine - senza giudizio, senza performance.
“La mia casa interiore: stanze, soglie e finestre” nasce così: come un incontro gentile con quello che stai vivendo. Non per aggiustarti. Ma per ritrovare contatto, chiarezza, e un po’ di respiro.
Laboratorio di scrittura terapeutica a Milano: di cosa si tratta
Quando parlo di scrittura terapeutica intendo una pratica molto concreta: scrivere con tracce guidate, in tempi umani, con uno sguardo rispettoso su emozioni, fragilità, desideri, memoria.
Non è “caro diario” e non è un compito di scuola. È una forma di ascolto.
È importante dirlo con precisione: questo laboratorio non è psicoterapia e non sostituisce un percorso clinico. È uno spazio culturale e umano di cura della parola: a volte basta una pagina per riconoscere una verità che avevi già dentro, ma non riuscivi a nominare.
Perché la “casa interiore” è una metafora che aiuta davvero
La casa interiore è una metafora accessibile, anche per chi non ha mai scritto.
Dentro di noi esistono stanze che frequentiamo ogni giorno e stanze che evitiamo. Ci sono porte che rimandiamo, finestre che apriamo quando ci manca aria, corridoi pieni di rumore, angoli di luce che non vediamo più.
Scrivere su questo significa chiedersi, con delicatezza:
• Dove sto bene, dentro di me?
• Cosa tengo chiuso e perché?
• Di quale aria ho bisogno adesso?
• Qual è una soglia che posso attraversare, anche solo di un millimetro?
È un modo semplice per fare una cosa profonda: prenderti sul serio senza farti violenza.
Cosa faremo insieme
Il laboratorio è costruito per essere accogliente e chiaro, senza tecnicismi.
• una breve centratura (respiro, ascolto, presenza)
• stimoli gentili: immagini, letture brevi, poesie
• 2–3 esercizi di scrittura guidata, progressivi
• una condivisione facoltativa: chi vuole legge una riga, una parola, o un frammento.
Il gruppo è parte del lavoro, non perché si deve condividere, ma perché spesso succede una cosa rara: sentire che non sei solo, senza che nessuno invada nessuno.
Se vuoi prenotare o chiedere info, puoi scrivere a info@scamamu.it oppure a mancassolamartinamaria@gmail.com
Come si svolge l’esplorazione: stanze, soglie, finestre
Senza anticipare troppo (ogni gruppo è diverso), ecco l’anima dell’incontro:
Stanze
Lavoriamo su alcune “stanze” simboliche della tua casa interiore, in modo non forzato:
• una stanza che ti fa bene (anche piccola)
• una stanza che tendi a chiudere
• una stanza che oggi chiede attenzione, aria, luce
Non si tratta di scavare forzatamente: si tratta di vedere con cura.
Soglie
Le soglie sono passaggi: un cambiamento, un limite, una decisione, un “prima e dopo”.
Scriverle è spesso un gesto di onestà: riconoscere paura e desiderio nello stesso foglio.
Finestre
Le finestre sono ciò che fa entrare aria: persone, gesti, frasi, abitudini, minuscole cure.
A volte uscire dal laboratorio con “una finestra” significa portare a casa una parola-ancora, una frase vera, un promemoria.
A chi è rivolto
Questo laboratorio di scrittura terapeutica a Milano è per te se:
• vuoi un momento di ascolto e chiarezza
• senti confusione, stanchezza, desiderio di ripartire (anche piano)
• ti piace la poesia o vuoi avvicinarti alle parole in modo semplice
• non hai mai scritto “davvero”, ma vorresti provare in un contesto gentile
Non è necessario “essere bravo”. Serve solo la disponibilità a stare con te stesso per un po’.
Cosa puoi portare a casa
Non prometto trasformazioni miracolose. Prometto qualcosa di più onesto:
• un po’ di ordine (anche minimo)
• una parola più chiara per dire come stai
• un piccolo alleggerimento
• una frase che ti accompagna nei giorni dopo
• la sensazione di esserti concesso un tempo vero
Informazioni pratiche (Milano – Scamamù)
La mia casa interiore: stanze, soglie e finestre
Libreria Scamamù, via Davanzati 28, Milano
19:30–21:00
25 €
Dettagli e prenotazioni: info@scamamu.it / https://scamamu.it https://scamamu.it/events/la-mia-casa-interiore/
In alternativa, puoi contattarmi via email: mancassolamartinamaria@gmail.com
Cosa portare: quaderno e penna (anche se in sala trovi penne e fogli).
Condivisione: sempre facoltativa.
Nota: non è psicoterapia.
Chi sono
Sono Martina Maria Mancassola, poetessa, traduttrice e operatrice di scrittura terapeutica.
Nei miei laboratori intreccio parola, poesia e pratiche di presenza (mindfulness/respirazione) per creare spazi in cui sia possibile ascoltarsi senza giudizio. Lavoro spesso su fragilità, identità e memoria: non per “aggiustare”, ma per aiutare le persone a trovare parole abitabili.
Domande frequenti
Devo saper scrivere?
No. Le tracce sono guidate e accessibili.
Devo condividere quello che scrivo?
No. Puoi condividere una riga o nulla: va bene comunque.
È un percorso terapeutico clinico?
No. È un laboratorio culturale di cura della parola. Se sei in un percorso psicologico, può essere complementare, ma non lo sostituisce.
Una frase che riassume il senso
A volte “capirsi” non è una spiegazione perfetta. È una stanza che si apre di un dito. È una finestra. È una soglia attraversata con gentilezza.
Se senti che può farti bene, ti aspetto a Milano.
Solitudine: benefici scientifici e come trasformarla in un’amica
La solitudine scelta può diventare uno spazio di crescita e calma. Scopri i benefici scientifici della solitudine e un rituale pratico con scrittura terapeutica e meditazione per trasformarla in un’amica.
Sentiero solitario in campagna
La solitudine fa paura perché spesso la confondiamo con l’assenza: di persone, di rumore, di conferme.
Ma la solitudine scelta non è un vuoto da riempire: può diventare uno spazio in cui ascoltarti, recuperare energia, mettere ordine dentro.
In questo articolo trovi:
• cosa dice la scienza sui benefici della solitudine
• la differenza tra solitudine “buona” e isolamento
• un rituale pratico con scrittura terapeutica e meditazione per farla diventare un’alleata
Solitudine “scelta” e isolamento: non sono la stessa cosa
Prima di tutto: la solitudine non è sempre un bene, e non è sempre un male. Dipende da come la vivi.
• Solitudine scelta (solitude): è uno spazio volontario. Ti ritiri un momento per ricaricarti, riflettere, ritrovarti.
• Isolamento / solitudine subita (loneliness): è una sensazione dolorosa di disconnessione, anche quando sei in mezzo agli altri.
Se la solitudine ti fa stare peggio, se ti chiude, se aumenta ansia o tristezza per giorni… non è “un rito”, è un segnale: lì serve cura, supporto, o un accompagnamento più adatto.
Benefici scientifici della solitudine: cosa sappiamo davvero
Quando la solitudine è volontaria e dosata, la ricerca suggerisce alcuni effetti interessanti:
1) Migliora la regolazione emotiva
Stare un po’ da soli aiuta a “decantare” stimoli e pensieri. È come abbassare il volume di fondo: emozioni e bisogni diventano più chiari.
2) Favorisce creatività e problem solving
Molte intuizioni arrivano quando non stiamo reagendo a mille input esterni. La mente collega, riorganizza, crea nuove associazioni.
3) Aiuta a recuperare energie mentali
Soprattutto per chi è sensibile, empatico o vive giornate piene di richieste, la solitudine breve può essere un vero “reset” del sistema nervoso.
4) Rafforza identità e confini
Quando sei sola, emergono domande che spesso copriamo con la fretta:
Cosa voglio davvero? Cosa sto sopportando? Cosa mi fa bene?
Questa chiarezza, nel tempo, migliora anche le relazioni.
Nota importante: i benefici ci sono quando la solitudine è scelta, limitata nel tempo e sostenibile. Se diventa ritiro totale o evitamento, l’effetto può ribaltarsi.
Come farla diventare un’amica
La solitudine diventa amica quando smette di essere “un luogo dove sparisci” e diventa “un luogo dove ti incontri”.
Un buon criterio pratico è questo:
• se dopo un momento da sola ti senti più chiara, più morbida, più presente, stai usando la solitudine in modo nutriente
• se ti senti più chiusa, più dura, più in colpa, più spaventata, probabilmente serve un’altra forma di cura (o una solitudine più guidata)
Un rituale semplice per ritrovarti (scrittura terapeutica + meditazione)
Ti propongo un rituale da 12–15 minuti.
Non serve essere “brava” a scrivere. Serve solo esserci.
Prima: prepara lo spazio (1 minuto)
• una luce morbida o una candela
• un quaderno e una penna
• telefono lontano (anche solo in un’altra stanza)
1) Meditazione breve per centrarti (3 minuti)
Siediti.
Appoggia una mano sul petto o sull’addome.
Respira lentamente e naturalmente.
Poi ripeti mentalmente:
• “Sono qui.”
• “Non devo risolvere tutto adesso.”
• “Posso ascoltarmi con gentilezza.”
Se vuoi, sul mio canale YouTube Sei la tua luce trovi meditazioni/rituali guidati che puoi usare come apertura.
2) Scrittura terapeutica: tre domande (8 minuti)
Metti un timer. Scrivi senza correggere.
Domanda 1 — Come sto, davvero?
Scrivi 5 righe. Niente analisi: solo verità.
Domanda 2 — Cosa sto trattenendo?
Una frase che inizi con: “Sto trattenendo…”
Poi continua finché si esaurisce.
Domanda 3 — Di cosa ho bisogno adesso?
Non “nella vita”. Adesso. Oggi. Questa sera.
3) Chiusura: una frase-ancora (1 minuto)
Scegli una frase da portarti via.
Esempi:
• “Posso fare spazio senza scappare.”
• “Mi ascolto prima di spiegarmi.”
• “Non devo essere riparazione.”
Scrivila in grande.
Cosa succede se la solitudine fa male?
Se ti viene da piangere, se sale l’ansia, se la mente corre: non stai sbagliando.
Stai solo incontrando qualcosa che era rimasto sotto.
In quei casi, prova così:
• riduci il rituale a 5 minuti
• fai la scrittura con una sola domanda: “Che cosa mi spaventa?”
• poi chiudi con respiro lento e un gesto concreto (doccia calda, tisana, una camminata)
E se senti che è troppo, chiedere supporto non è una sconfitta: è maturità emotiva.
Solitudine e relazioni: un paradosso vero
La solitudine “buona” non ti allontana dagli altri: spesso ti prepara a relazioni più sincere.
Perché quando ti ascolti, smetti di chiedere agli altri di riempire un vuoto che non sanno nemmeno vedere.
E inizi a scegliere:
• presenza invece di disponibilità
• verità invece di prestazione
• confini invece di colpa
FAQ
La solitudine fa bene?
Può fare bene se è scelta, se è limitata nel tempo e se ti porta più chiarezza e calma. Se diventa isolamento o evitamento, può peggiorare l’umore.
Come imparare a stare bene da soli?
Inizia con micro-momenti (5–10 minuti) e usa strumenti che guidano l’ascolto: respirazione, meditazione breve, scrittura terapeutica.
Scrittura terapeutica e solitudine: come funzionano insieme?
La solitudine crea spazio. La scrittura lo riempie di senso. Insieme aiutano a riconoscere emozioni, bisogni e pensieri ricorrenti.
Un invito gentile
Se senti che questo tema ti riguarda, sul mio sito trovi percorsi digitali, laboratori di gruppo e la possibilità di lavorare insieme in modo più strutturato: con la voce, la scrittura e il silenzio, per fare spazio dentro e capirti meglio.
Quando sei pronta, trovi tutto nella sezione “Percorsi” e “Workshop”.
Rituale per ritrovarti: scrittura terapeutica e meditazione per fare chiarezza nei momenti di crisi
Un rituale di 15 minuti con respiro e scrittura terapeutica per fare spazio dentro quando la mente corre. Una pratica semplice, accessibile, profonda.
Sentiero in mezzo alla natura
Ci sono giorni in cui ti senti “troppo”: troppi pensieri, troppe cose da gestire, troppe emozioni insieme. La mente corre, il corpo si tende, e anche quando ti fermi non ti senti davvero calma e stabile.
In quei momenti spesso cerchiamo una risposta immediata, una frase che ci calmi, una certezza, qualcuno che ci dica cosa fare. Ma a volte la cosa più potente (e anche più semplice) è un’altra: tornare a te, con un gesto piccolo, ripetibile, senza performance.
Questo articolo è un invito a provare un rituale breve che unisce meditazione e scrittura terapeutica: non per “aggiustarti”, ma per fare spazio, ascoltare meglio ciò che stai vivendo e ritrovare una direzione possibile, anche minima.
Nota importante: la scrittura terapeutica e la meditazione sono strumenti di consapevolezza e regolazione emotiva. Non sostituiscono un percorso psicologico o medico. Se stai vivendo un periodo di sofferenza intensa o pensieri di autolesionismo, chiedere aiuto a un professionista è un atto di cura.
Per chi è questo rituale (e quando funziona meglio)
Questo rituale può aiutarti se:
• senti ansia, agitazione, pressione interna
• vivi overthinking / ruminazione (ripeti gli stessi pensieri in loop)
• ti senti in un momento di transizione, “non so da dove ripartire”
• fai fatica a riconoscere cosa provi e ti senti confuso
• ti serve uno spazio sicuro per ascoltarti, senza dover “essere bravo”
Funziona meglio quando lo consideri così: non una soluzione totale, ma un gesto che abbassa il rumore e ti riporta un po’ più vicino a te.
Il rituale in 15 minuti
Se puoi, prepara:
• un quaderno (o fogli) e una penna
• un timer
• un luogo semplice, anche non perfetto: basta che sia tuo per 15 minuti
1) Rientro nel corpo (2 minuti)
Siediti. Appoggia i piedi a terra.
Respira così:
• inspira contando fino a 4
• espira contando fino a 6
Ripeti per qualche respiro.
Poi chiediti, senza sforzo: Dove sento la tensione oggi?
Non devi scioglierla. Devi solo notarla.
2) La parola di arrivo (1 minuto)
Scrivi una parola sola, quella che ti rappresenta adesso.
Non quella “giusta”, quella vera.
Esempi: stanca, piena, smarrita, irritata, fragile, vuota, agitata, in attesa, chiusa, confusa, sospesa.
3) Scrittura terapeutica guidata (10 minuti)
Imposta un timer da 10 minuti e scrivi senza rileggere.
Puoi iniziare con una di queste frasi (scegline una sola):
• “In questo momento sto vivendo…”
• “Quello che non sto dicendo a nessuno è…”
• “Se la mia mente potesse parlare senza paura, direbbe…”
• “Oggi mi pesa…” e poi “Oggi mi manca…”
Regole gentili:
• non devi scrivere bene
• non devi essere coerente
• non devi arrivare a una conclusione
• se ti blocchi, riscrivi la tua parola di arrivo e riparti da lì
4) Rilettura lenta e 3 parole (1 minuto)
Rileggi il testo come se lo leggessi a qualcuno che ami.
Poi sottolinea 3 parole che ti colpiscono.
Non devono essere “positive”. Devono essere vere.
5) La frase-bussola (1 minuto)
Ora usa quelle 3 parole per creare una frase breve che ti accompagni oggi.
Esempi:
• “Oggi mi concedo spazio e scelgo calma.”
• “Anche se sono confusa, posso restare presente.”
• “Mi ascolto con dolcezza: non sono in ritardo.”
Scrivila in alto sul foglio.
Questa è la tua bussola minima.
Perché questo rituale aiuta davvero
Respirazione lenta e scrittura guidata lavorano su due livelli diversi e complementari.
• Il respiro più lungo durante l’espirazione comunica al sistema nervoso: “possiamo abbassare l’allarme”.
• La scrittura dà una forma a ciò che è confuso. Quando traduci in parole un’esperienza, spesso succede una cosa semplice ma enorme: smette di essere un vortice indistinto.
Non è magia. È un modo per passare da “sono tutto questo” a “sto vivendo questo”.
E quando fai questa separazione, anche di mezzo centimetro, torna un po’ di aria.
Se ti viene da pensare “non funziona per me”
È normale. Ti lascio tre dritte che spesso sbloccano tutto.
1) “Non so cosa scrivere”
Allora scrivi questo, letteralmente: “Non so cosa scrivere, ma sento…”
E da lì descrivi le tue sensazioni fisiche.
2) “Mi sale troppa emozione”
Riduci il tempo e torna al corpo:
• 60 secondi di respiro
• 5 minuti di scrittura
• 1 frase-bussola
Meglio poco e sostenibile che tanto e travolgente.
3) “Rileggerlo mi fa male”
Puoi saltare la rilettura.
In quel caso fai solo questo:
• scegli una parola dal testo (anche a caso)
• trasformala in una frase gentile: “Oggi mi prendo cura di ...”
Una versione serale del rituale
Per quando la mente non si spegne (ansia e overthinking)
Se lo fai la sera (e ti serve calmare l’overthinking), prova questa traccia: “Oggi la mia mente ha cercato di proteggermi così: …”
Poi aggiungi: “E io, oggi, posso proteggermi anche così: …”
Chiudi con una frase semplice, tipo:
“Per stasera basta così.”
Se vuoi farlo diventare un’abitudine (senza rigidità)
La differenza la fa la ripetizione gentile, non l’intensità.
Puoi usare questo ritmo:
• 2 volte a settimana: rituale da 15 minuti
• 1 volta a settimana: una sola domanda, 5 minuti
• ogni volta che senti il loop mentale, fai qualche respiro profondo, scegli una parola che descriva ciò che senti e trasformala in una frase-bussola che ti guidi per i momenti a venire (4 minuti)
Un invito finale
Se oggi sei in un momento fragile, non serve “risolvere tutto”.
Ti basta una cosa: un gesto piccolo che ti riporti a casa.
Se vuoi, prova il rituale e poi chiediti: Qual è la parola che mi resta addosso?
Se vuoi farlo insieme (percorsi, workshop, risorse)
Se senti che da sola fai fatica a mantenere la pratica, è normalissimo: la guida fa la differenza perché ti aiuta a non scappare quando si tocca un punto vero, e a trasformarlo in consapevolezza.
Sul mio sito trovi:
• percorsi individuali di scrittura terapeutica (online o in presenza, con date concordate insieme)
• workshop e laboratori di gruppo (online e in presenza)
• percorsi digitali in PDF da svolgere in autonomia, con esercizi guidati
E se vuoi un momento breve di centratura, sul mio canale YouTube Sei la tua luce trovi pratiche gratuite di meditazione e yoga nidra.
FAQ
La scrittura terapeutica è adatta anche se non so scrivere “bene”?
Sì. Non è scrittura creativa né narrativa: è ascolto di sé. Non conta lo stile ma la tua autenticità.
Quanto tempo serve perché funzioni?
Spesso già 10–15 minuti cambiano il livello di ruminazione interno. La trasformazione più stabile arriva con una pratica ripetuta (anche piccola).
Posso farlo se ho ansia o overthinking forte?
Sì, ma in modo delicato: tempi brevi, respiri profondi, niente forzature. Se l’ansia è molto alta, può essere utile un percorso con una guida o un supporto professionale.
Un laboratorio creativo a Verona per ritrovare spazio, gioco e libertà
Un laboratorio creativo a Verona e dintorni: collage + scrittura guidata per creare senza giudizio. Due ore leggere, pratiche, inclusive. Posti limitati.
Collage
Se stai cercando laboratori creativi a Verona (o in provincia) che uniscano arte e scrittura, questo incontro è pensato come una piccola pausa salutare: due ore in cui creare con le mani e con le parole, senza dover “essere bravi”.
A volte non è la creatività a mancare, è il permesso di usarla.
Per questo lavoreremo in un modo semplice e liberatorio, ispirato allo spirito del Dadaismo: gioco, caso, accostamenti inattesi. Non serve conoscere nulla di storia dell’arte: qui il Dada è un invito pratico a sperimentare.
Cosa faremo
Collage
Partiremo da riviste, immagini, ritagli e materiali cartacei per costruire un collage personale. Ti guideremo passo passo: l’obiettivo non è “fare una cosa perfetta”, ma far emergere qualcosa di tuo.
Scrittura guidata
Dal collage (e dalle parole che affiorano) nascerà una breve scrittura, un testo, una pagina, una poesia visiva. Le consegne saranno semplici e accessibili, adatte anche a chi dice “io non so scrivere”.
Alla fine porterai a casa:
• il tuo collage
• un testo breve nato da quell’esperienza
Perché partecipare
Questo laboratorio è anche un modo gentile per uscire dal “tutto di corsa”. Ci si siede insieme, si ritagliano immagini, si scelgono parole, e spesso - senza accorgersene - ci si sente un po’ più leggeri.
Se cerchi un workshop creativo a Verona dove poter venire anche da sola/o, questo è uno spazio accogliente: il gruppo fa parte dell’esperienza. Condividere una frase, vedere i collage degli altri, scoprire che ognuno crea a modo suo. E poi tornare a casa con qualcosa tra le mani… e qualcosa dentro.
Per chi è
Per chi ha voglia di un’esperienza creativa, ma senza pressione.
Per chi ama carta, immagini e parole.
E anche per chi si sente un po’ bloccato/a: qui non c’è giudizio e non c’è “prestazione”.
Età: dai 16 anni in su.
Info pratiche
Quando: Martedì 17 marzo, 18.00 – 20.00 (arrivo consigliato entro le 17.55)
Dove: San Giovanni Lupatoto (VR), zona Pozzo – in studio privato (indirizzo e indicazioni verranno inviati dopo l’iscrizione)
Quota: 35 €
Materiali: i materiali per lavorare saranno disponibili in loco.
Posti limitati per mantenere un gruppo gestibile e un clima tranquillo.
Con: Alessandra Girardi (Bee Art Atelier) e Martina Maria Mancassola.
Cosa portare
Vestiti comodi (si lavora con carta/colla/ritagli).
Se hai forbici o ritagli che ami, puoi portarli, ma non è necessario.
Iscrizioni
Per informazioni e iscrizioni scrivi a: mancassolamartinamaria@gmail.com
Indicaci nome e un numero WhatsApp (così, dopo la conferma, possiamo inviarti posizione e indicazioni pratiche).
Una piccola nota sull’ispirazione Dada
Quando diciamo “ispirazione Dada” intendiamo questo: più libertà, meno controllo. A volte il caso mette insieme proprio ciò che avevamo bisogno di vedere.
Locandina evento
Confini nelle relazioni, bisogni e paura di deludere: quando ti perdi per “andare bene”
Se ti capita di dire “sì” mentre dentro vorresti dire “no”, forse non ti manca forza: ti manca spazio. In questo articolo parliamo di confini, bisogni e paura di deludere, e di come la scrittura guidata può aiutarti a mettere ordine e fare scelte più chiare, un passo alla volta.
Magari succede così: rispondi “va bene” mentre dentro senti un filo di tensione. Chiudi la telefonata e ti resta addosso tensione. Rileggi un messaggio e ti accorgi che ti stai spiegando troppo, ancora una volta. Non è una grande crisi. È quella fatica sottile che, a forza di ripetersi, consuma.
Spesso sotto c’è un punto preciso: la paura di deludere.
E quando la paura prende il controllo, i tuoi bisogni nelle relazioni finiscono in fondo, come se potessero aspettare.
Questo articolo nasce per mettere ordine in modo semplice: capire che cosa sono davvero i confini nelle relazioni, riconoscere un bisogno che stai mettendo da parte, e vedere perché la scrittura guidata può diventare un sostegno concreto.
Quando manca un confine, di solito te ne accorgi dopo
Un confine non è durezza. Un confine è chiarezza.
Te ne accorgi che manca quando, dopo un incontro, una telefonata, un messaggio, ti resta addosso qualcosa: tensione, stanchezza, irritazione, peso. È come se avessi “retto” troppo. Magari hai fatto la cosa giusta, ma l’hai fatta nel modo che ti svuota.
Molte persone pensano che i confini creino distanza. In realtà, spesso è l’opposto: senza confini si accumula un non detto, e quel non detto diventa distanza.
Un confine sano assomiglia a frasi molto semplici. Non a spiegazioni infinite. Non a un tribunale. Assomiglia a: “Così sì.” / “Così no.” / “Posso fino a qui.”
Ed è già tantissimo.
Bisogni nelle relazioni: il punto non è pretendere, è riconoscere
Quando parliamo di bisogni, non parliamo di capricci. Parliamo di ciò che ti serve per restare presente, lucido, vivo dentro un rapporto.
La psicologia ha studiato a lungo quanto conti, per il benessere, sentirsi in relazione senza perdere autonomia e senza annullarsi. Un modello molto conosciuto, la Self-Determination Theory, parla di bisogni psicologici di base come autonomia, relazione, competenza: quando trovano spazio, aumenta il benessere; quando si frustrano, spesso cresce la fatica emotiva.
Tradotto nella vita reale: se in una relazione ti senti sempre in dovere, sempre in allarme, sempre “da sistemare”, è probabile che un bisogno stia chiedendo spazio. Di solito non chiede qualcosa di perfetto. Chiede qualcosa di umano: rispetto, tempo, chiarezza, reciprocità, tranquillità, ascolto.
La paura di deludere non è gentilezza: è spesso un allarme che hai imparato bene
La gentilezza ti lascia intero.
La paura di deludere spesso ti fa sparire.
Quando la paura prende il volante, succede una cosa tipica: pur di evitare tensioni, inizi a scegliere contro di te. Magari con buone intenzioni. Magari per amore, per abitudine, per storia personale. Ma il risultato, nel tempo, tende a essere simile: meno spazio, meno libertà, meno verità.
Ti succede di pensare “meglio di no, non è il momento”, e poi ritrovarti a fare la stessa cosa ancora e ancora, finché non diventa normale?
E qui arriva la domanda più utile (e più scomoda): che cosa perdi, nel tempo, quando metti spesso te da parte per non deludere?
Non come accusa. Come chiarezza.
Perché la scrittura terapeutica può aiutare davvero (e cosa dice la ricerca)
Quando parlo di scrittura terapeutica, intendo una scrittura guidata e semplice che aiuta a tradurre in parole ciò che vivi: emozioni, pensieri, tensioni del corpo, episodi che restano addosso. È personale. Non serve scrivere “bene”. Serve scrivere in modo autentico.
La ricerca sulla scrittura espressiva studia da decenni cosa succede quando una persona scrive per pochi minuti, con sincerità, su ciò che pesa. Una meta-analisi molto citata mostra che, in media, questa pratica porta benefici piccoli o moderati su salute e benessere, con risultati che variano da persona a persona e migliorano quando c’è continuità.
Altri studi clinici e sperimentali continuano a esplorare quando funziona meglio e per chi.
Il punto importante è questo: la scrittura non “aggiusta” una relazione in un giorno. Però può fare una cosa decisiva: mettere ordine. Quando un’esperienza diventa più chiara sulla pagina, spesso diventa più chiara anche nella mente. E, con più chiarezza, diventa più facile fare una scelta concreta: una frase, un confine, una richiesta, un passo.
Un esercizio breve (che puoi fare oggi): bisogno → confine → richiesta
Se vuoi provare subito, prenditi cinque minuti e scrivi senza cercare la frase perfetta.
Scegli una relazione che in questo periodo pesa. Anche se non è “grave”. Scegli quella che ti irrigidisce o crea tensione.
Scrivi, in modo semplice, che cosa succede quando temi di deludere: che cosa dici, che cosa fai, che cosa eviti. Non giudicarti. Descrivi.
Adesso fai il passaggio più importante: trasforma quella tensione in un bisogno. Non “vorrei che l’altra persona…”. Proprio: “Io ho bisogno di…”. Una riga basta.
Infine scrivi una frase concreta, che contenga due cose: ciò che ti serve e ciò che chiedi. Esempio: “Ho bisogno di più tempo per rispondere: te lo dico domani.” Oppure: “Per me è importante non parlare di questo davanti ad altre persone: possiamo farlo in privato?”
Quando rileggerai, noterai qualcosa: la frase concreta non suona aggressiva. Suona chiara. E spesso la chiarezza è già una forma di rispetto.
Se ti riconosci, ho creato un percorso guidato di 14 giorni
Se questi temi ti parlano — confini nelle relazioni, bisogni, paura di deludere — ho creato un PDF pratico che accompagna giorno dopo giorno con esercizi semplici, concreti, e adatti anche a chi ha poca energia o poca voglia di “teoria”.
Si chiama:
Scrivere per comprendere le relazioni
14 giorni di scrittura su confini, bisogni e paura di deludere.
Se vuoi iniziare con continuità e una guida chiara, trovi il percorso qui.
In conclusione
Le relazioni non diventano leggere perché smetti di sentire.
Diventano più vivibili quando inizi a stare dentro senza perderti.
Se sei arrivato fin qui, grazie. Spero che questo articolo ti abbia lasciato una cosa concreta: un po’ più di chiarezza su cosa ti serve, e una frase possibile da portare nella vita reale.
Scrittura terapeutica: meglio scrivere a mano o al computer? Cosa mostra la ricerca
Scrivere a mano e digitare non sono la stessa cosa. La ricerca osserva differenze nel gesto e nell’attività cerebrale durante la scrittura. In questo articolo trovi una guida pratica per scegliere il formato più adatto al journaling e alla scrittura terapeutica.
Molte persone che fanno journaling o scrittura terapeutica notano una differenza.
Con carta e penna la scrittura sembra più lenta e più presente.
Con tastiera o telefono la scrittura è più veloce e più comoda.
La domanda è semplice: cambia qualcosa davvero?
La ricerca suggerisce di sì: scrivere a mano e digitare sono due gesti diversi, e in alcuni studi si osservano differenze anche nell’attività cerebrale durante la scrittura.
Nota: questo articolo è divulgativo. Non sostituisce supporto medico o psicologico.
Persona che scrive a mano
1) Cosa cambia quando scrivi a mano
Scrivere a mano è un gesto più complesso
Quando scrivi a mano usi:
movimenti fini della mano
ritmo e pressione
spazio sul foglio
forma delle lettere
Digitare è diverso: il gesto è più uniforme e ripetitivo.
Questa differenza di gesto interessa anche la ricerca, perché il corpo fa parte del modo in cui elaboriamo le informazioni.
2) Cosa osservano alcuni studi sul cervello
Esistono studi che registrano l’attività cerebrale mentre le persone scrivono.
In particolare, alcuni lavori usano EEG ad alta densità (molti sensori).
In questi studi, la scrittura a mano è associata a pattern di connettività/attività più diffusi rispetto alla digitazione. Gli autori discutono questo dato come potenzialmente utile per processi legati ad attenzione e apprendimento.
Cosa significa in parole semplici? Significa che la scrittura a mano può coinvolgere più sistemi insieme: gesto, attenzione, percezione.
3) Perché questo può essere utile nella scrittura terapeutica
La scrittura terapeutica non è una gara a chi scrive testi più lunghi.
Di solito attraverso la scrittura terapeutica si cerca di:
rallentare
mettere ordine
dare parole a ciò che si sente
La scrittura a mano spesso aiuta perché è più lenta.
E la lentezza può aumentare l’attenzione a quello che stai scrivendo, momento per momento.
Detto in modo concreto: per molte persone la penna rende più facile entrare e stare nella scrittura.
4) E la tastiera? Quando può essere la scelta migliore
Digitare ha vantaggi reali:
è più accessibile
è più veloce
permette più continuità (anche fuori casa)
può essere più sostenibile per chi ha dolore o difficoltà motorie
Quindi nella pratica la scelta migliore è spesso quella che ti permette di scrivere con regolarità.
Un punto importante: se digiti, è facile scrivere di getto e restare molto in testa.
Non è un problema. Basta usare una piccola regola: scrivere più lentamente e con pause.
5) Come scegliere: una guida semplice
Scegli la penna quando:
ti senti agitata/o e vuoi rallentare
vuoi contatto con il corpo e con il ritmo
vuoi scrivere con più calma e meno “prestazione”
Scegli tastiera/telefono quando:
hai poco tempo e vuoi costanza
scrivere a mano ti stanca o ti fa male
vuoi un testo più lungo e più ordinato
Non esiste un formato giusto. Esiste il formato più utile per quel momento.
6) Mini esercizio di 7 giorni
Per una settimana scrivi 5 minuti al giorno.
Usa sempre la stessa frase iniziale: “In questo momento, dentro di me c’è…”
Nei giorni dispari scrivi a mano
Nei giorni pari scrivi con la tastiera
Alla fine di ogni sessione segna tre numeri su una scala da 0 a 10:
Presenza: quanto eri presente mentre scrivevi
Corpo: quanto hai percepito il corpo
Effetto: come ti sei sentito dopo (più calmo, più carico, uguale)
Questo esercizio non è una diagnosi. È un modo ordinato per capire cosa ti aiuta davvero.
Conclusione
La ricerca mostra che scrivere a mano e digitare non sono equivalenti.
In alcuni studi si osservano differenze nell’attività cerebrale durante la scrittura, con pattern più diffusi quando si scrive a mano.
Nella scrittura terapeutica questo può tradursi in una scelta pratica: velocità o presenza.
Fonti
Studio EEG su scrittura a mano vs digitazione (bambini e giovani adulti).
Studio EEG su connettività: scrivere a mano vs digitare.
Scrivere le preoccupazioni prima di un esame migliora davvero la performance?
10 minuti di scrittura sulle preoccupazioni, subito prima di un test o di una performance, possono aiutare soprattutto chi ha ansia da prestazione. Ecco cosa osserva uno studio pubblicato su Science e come provarlo in modo semplice.
Cosa ha trovato lo studio di Ramirez & Beilock (2011)
Quando dobbiamo affrontare un esame importante, un test o una prova “che conta”, capita spesso questo: più ci teniamo, più la mente si riempie di pensieri.
“E se vado in bianco?”
“Se fallisco?”
“Se deludo qualcuno?”
“Se non sono abbastanza?”
Questa è una forma molto comune di ansia da prestazione (o ansia da test). E il problema non è “avere emozioni”: il problema è che, sotto pressione, i pensieri possono diventare così invadenti da occupare spazio mentale proprio mentre ci serve concentrazione.
Uno studio americano pubblicato su Science ha provato a testare un’idea semplice: se scrivo le mie preoccupazioni subito prima della prova, posso funzionare meglio?
Lo studio, in breve (e perché è interessante)
Lo studio si intitola: “Writing about testing worries boosts exam performance in the classroom” ed è firmato da Gerardo Ramirez e Sian L. Beilock, pubblicato nel 2011 su Science.
Gli autori hanno testato questa idea in più esperimenti:
due in laboratorio
due sul campo, in classe, in situazioni reali di esame.
La logica di partenza è molto concreta: in una prova ad alta pressione, è normale avere pensieri di preoccupazione. Ma questi pensieri possono “rubare” risorse mentali e peggiorare la prestazione.
Che cosa hanno fatto fare agli studenti
L’intervento è stato volutamente brevissimo e pratico.
Subito prima di un test importante, ad alcuni studenti è stato chiesto di fare un compito di scrittura: scrivere i propri pensieri e le proprie preoccupazioni riguardo alla prova imminente.
È questo il punto chiave: non “scrivere in generale”, non un diario di settimane, non una terapia.
Una cosa mirata, immediatamente prima della performance.
Risultato principale: punteggi migliori (soprattutto per chi è più ansioso)
Secondo l’abstract su PubMed, questo breve esercizio di scrittura:
ha migliorato in modo significativo i punteggi agli esami
e l’effetto è stato particolarmente evidente negli studenti che erano abitualmente più ansiosi rispetto ai test.
Gli autori riassumono l’idea in modo molto diretto: scrivere delle proprie preoccupazioni prima di un esame ad alta pressione può aumentare il punteggio.
Cosa significa davvero
Questo studio non dice che scrivere risolve l’ansia in generale. Dice qualcosa di più specifico:
in contesti di pressione
quando la mente è piena di preoccupazioni
un breve momento di scrittura “scarico” subito prima può aiutare a non portarsi tutto quel rumore dentro la prova.
È un’ipotesi molto sensata: mettere i pensieri su carta potrebbe ridurre il loro peso mentre devi concentrarti.
Ma restiamo corretti e scientifici: qui stiamo parlando di un intervento testato in esperimenti su esami importanti (non di “qualsiasi cosa nella vita”, non di “cura universale”).
Come puoi provarlo in modo semplice (ispirandoti allo studio)
Se vuoi replicare l’idea in modo pulito, puoi fare così:
1) Quando farlo
Subito prima di una prova: esame, test, colloquio, performance, presentazione.
2) Timer
Imposta un tempo breve (pochi minuti). L’elemento centrale è la scrittura “scarico”, immediata.
3) Cosa scrivere (senza censura)
Scrivi:
cosa ti preoccupa
cosa temi che possa succedere
che pensieri continui a ripeterti
cosa senti nel corpo (se vuoi)
Non devi scrivere bene. Non devi essere “positivo/a”. Devi essere onesto e diretto.
4) Poi chiudi e fai la prova
L’obiettivo non è “sentirti perfetto/a”; è arrivare al test con meno rumore mentale addosso.
Per chi può essere particolarmente utile
Nel riassunto PubMed, l’effetto risulta più forte per chi è abitualmente ansioso rispetto ai test.
Quindi, se ti riconosci in:
ansia da prestazione
overthinking prima di una prova
paura del giudizio / del fallimento
questa è una strategia interessante da conoscere (sempre senza farne una promessa miracolosa).