scrittura terapeutica Martina Maria Mancassola scrittura terapeutica Martina Maria Mancassola

Scrivere la rabbia: quando le parole aiutano a guardarla da vicino

Che cosa succede quando proviamo a mettere la rabbia sulla pagina? Scrivere può aiutarci a osservarla più da vicino, distinguendo ciò che è accaduto dal significato che quell’esperienza ha avuto per noi.

La rabbia non è sempre facile da raccontare.

A volte arriva con parole chiarissime. Sappiamo esattamente con chi siamo arrabbiati, che cosa è successo e che cosa avremmo voluto dire.

Altre volte rimane più confusa.

Ci irritiamo per qualcosa di piccolo, continuiamo a ripensare a una conversazione oppure ci accorgiamo che una situazione ci tocca molto più di quanto avessimo immaginato.

In questi momenti scrivere può diventare interessante non perché debba far sparire la rabbia, ma perché ci permette di fermarci abbastanza da guardare che cosa sta succedendo prima di trasformarlo immediatamente in una reazione.

La rabbia non è necessariamente il problema

Provare rabbia non significa essere aggressivi.

La rabbia è un’emozione; quello che facciamo quando la proviamo è un’altra cosa.

Possiamo alzare la voce, tacere, allontanarci, continuare a pensarci per ore oppure non mostrare nulla.

Per questo, quando scriviamo, può essere utile evitare di partire dalla domanda: Come faccio a non essere più arrabbiata?

La domanda interessante può essere precedente: Che cosa, esattamente, mi ha toccato così tanto?

Non perché dietro ogni rabbia debba necessariamente esserci una verità nascosta da scoprire.

Ma perché una stessa parola può contenere esperienze molto diverse: sentirsi ignorati, invasi, delusi, fraintesi, impotenti, esclusi.

Scrivere non significa sfogarsi e basta

Quando siamo molto arrabbiati può venire spontaneo riempire una pagina con tutto ciò che vorremmo dire a qualcuno.

Anche questo può avere un senso.

Ma la scrittura terapeutica, per come la utilizzo nel mio lavoro, non coincide semplicemente con uno sfogo.

Mi interessa soprattutto ciò che può accadere dopo le prime parole. Quando il racconto iniziale comincia a rallentare, può emergere un dettaglio che prima non vedevamo. Forse continuiamo a tornare su una particolare frase. Forse ci accorgiamo che ciò che ci ha ferito non è soltanto quello che è stato detto, ma il fatto che sia stato detto proprio da quella persona.

Oppure non scopriamo niente di nuovo.

Anche questo è possibile.

La scrittura non deve per forza condurre a una rivelazione.

La rabbia e il bisogno di avere ragione

Quando siamo arrabbiati, spesso la nostra storia ci sembra molto chiara.

Qualcuno ha sbagliato.

Qualcuno avrebbe dovuto comportarsi diversamente.

Noi sappiamo come sono andate le cose.

Non significa che questa lettura sia falsa. Ma una pagina può diventare uno spazio in cui, almeno per qualche minuto, non dobbiamo convincere nessuno.

Non dobbiamo vincere una discussione.

Non dobbiamo costruire una versione perfettamente coerente.

Possiamo lasciare che sulla stessa pagina convivano rabbia e affetto, certezza e dubbio, desiderio di allontanarci e paura di perdere qualcuno.

Le emozioni non hanno l'obbligo di essere ordinate.

Una pratica: raccontare la stessa scena due volte

Se vuoi provare a scrivere sulla rabbia, scegli un episodio preciso, non tutta una relazione e non “tutto quello che quella persona mi ha fatto”.

Prendi una singola scena.

La prima volta raccontala come viene, senza preoccuparti di essere equilibrata, elegante o ragionevole. Scrivi ciò che ricordi e il modo in cui l’hai vissuto.

Poi lascia passare un po’ di tempo.

Quando torni alla pagina, racconta la stessa scena come se fosse ripresa da una telecamera: soltanto ciò che sarebbe stato possibile vedere e sentire dall’esterno.

Niente intenzioni attribuite agli altri.
Niente spiegazioni.
Soltanto gesti, parole, pause, luoghi.

Alla fine metti i due testi uno accanto all’altro.

Non devi decidere quale sia quello “vero”.

Osserva semplicemente la distanza tra ciò che è accaduto e ciò che quell’episodio ha significato per te.

È proprio in quella distanza che, qualche volta, compaiono parole nuove.

Non devi trasformare la rabbia in qualcosa di positivo

Non penso che ogni emozione debba essere resa produttiva.

Non dobbiamo trasformare immediatamente la rabbia in una poesia, in un insegnamento o in un'occasione di crescita.

Può anche restare rabbia.

La scrittura può semplicemente aiutarci a riconoscerne meglio i contorni, senza decidere subito cosa farne.

E magari soltanto dopo capiremo se quella rabbia ci sta mostrando qualcosa che desideriamo dire, cambiare, proteggere oppure lasciare andare.

E quando scrivere non basta?

È importante mantenere un confine chiaro.

Scrivere può essere uno spazio personale di espressione e osservazione, ma non è uno strumento con cui affrontare autonomamente qualsiasi difficoltà.

Se la rabbia è molto intensa, ricorrente, difficile da controllare, porta ad agire in modo aggressivo o interferisce significativamente con relazioni e vita quotidiana, è importante rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.

La scrittura terapeutica che propongo è un’attività non clinica dedicata al benessere, all’espressione e alla consapevolezza. Non comprende diagnosi, sostegno psicologico, psicoterapia o trattamenti sanitari e non li sostituisce.

Dare alla rabbia una pagina

Forse scrivere la rabbia non significa liberarsene.

Può significare concederle un luogo diverso da una discussione, da una risposta inviata troppo in fretta o dai pensieri che continuano a ripetersi.

Un luogo in cui guardarla. Darle parole. E capire, eventualmente, che cosa di quella esperienza continua a chiederci attenzione.

Nei miei percorsi individuali e nei laboratori utilizzo tracce di scrittura costruite intorno alla persona e al tema che desidera esplorare, senza interpretare ciò che scrive al suo posto.

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