scrittura terapeutica Martina Maria Mancassola scrittura terapeutica Martina Maria Mancassola

Scrivere le emozioni: quando le parole aiutano a capire cosa stiamo vivendo

A volte sentiamo qualcosa prima ancora di riuscire a nominarlo. Scrivere può aiutarci a osservare più da vicino emozioni, pensieri e ciò che stiamo vivendo, senza dover trovare subito una risposta.

Ci sono momenti in cui sappiamo di provare qualcosa, ma non sappiamo ancora dire bene che cosa.

Possiamo sentirci inquieti senza capire se sia paura, stanchezza, rabbia o desiderio. Possiamo continuare a pensare a una conversazione senza sapere che cosa ci abbia toccato davvero. Oppure utilizzare sempre la stessa parola — ansia, confusione, malessere — per esperienze che, guardate più da vicino, sono molto diverse tra loro.

È uno dei luoghi in cui la scrittura può diventare interessante.

Non perché una pagina debba necessariamente risolvere ciò che sentiamo, ma perché cercare le parole ci costringe a fermarci abbastanza da osservare.

Scrivere un’emozione non significa spiegarla

Quando qualcosa ci attraversa, può venire spontaneo cercarne immediatamente la causa.

Perché sto così?
Perché mi ha fatto tanto male?
Perché continuo a pensarci?

Sono domande comprensibili, ma non sempre dobbiamo cominciare da una spiegazione.

A volte, prima di capire, può essere utile descrivere.

Che cosa è successo?

Quale dettaglio continua a tornare?

Che cosa è cambiato dentro di me dopo quella situazione?

Quale parola utilizzo per raccontarla e mi rappresenta davvero?

Scrivere può creare un piccolo spazio tra l’esperienza e il bisogno immediato di interpretarla.

Quando una parola è troppo grande

Sto male.

Mi sento confusa.

Sono arrabbiata.

Sono parole vere, ma possono contenere moltissimo.

La confusione può essere il desiderio contemporaneo di due cose incompatibili.

La rabbia può contenere una delusione.

La tristezza può convivere con il sollievo.

La paura può riguardare ciò che potrebbe accadere oppure ciò che sappiamo già che dovremo lasciare.

Non significa che dietro ogni emozione esista necessariamente una seconda emozione “più vera” da scoprire.

Significa che il linguaggio può diventare più preciso.

E talvolta, quando riusciamo a raccontare un’esperienza con parole meno generiche, cambia anche il modo in cui riusciamo a guardarla.

Dare un nome non significa controllare

C’è un rischio, soprattutto quando si parla online di consapevolezza: trasformare ogni pratica in una tecnica per sentirsi meglio il prima possibile.

Non è questo il modo in cui intendo la scrittura terapeutica.

Mettere in parole ciò che proviamo non garantisce che quell’emozione scompaia.

Possiamo capire perfettamente perché siamo tristi e continuare a essere tristi.

Possiamo riconoscere una paura senza smettere immediatamente di averla.

Possiamo scrivere una pagina intera e accorgerci di essere ancora nello stesso punto. La pagina non è necessariamente il luogo in cui aggiustiamo ciò che sentiamo. Può essere il luogo in cui, per qualche minuto, smettiamo di chiedergli di essere diverso.

La differenza tra raccontare e osservare

Quando raccontiamo qualcosa molte volte, tendiamo facilmente a costruirne una versione conosciuta.

Sappiamo già chi ha fatto cosa, perché ci siamo rimasti male, come è finita.

La scrittura guidata può interrompere per un momento quella narrazione abituale.

Può portarci su un particolare che avevamo trascurato, su un’immagine, su una parola utilizzata quasi senza accorgercene.

Non perché quel particolare nasconda una verità segreta, ma perché cambiare il punto di osservazione può permetterci di incontrare la stessa esperienza in maniera differente.

È uno dei motivi per cui, nei miei percorsi, non utilizzo necessariamente la stessa consegna per tutti.

La traccia serve alla persona e al momento che sta attraversando, non il contrario.

Una sola pratica: descrivere senza nominare

Se vuoi sperimentare questo modo di scrivere, prova una cosa molto semplice.

Scegli un’emozione presente in questo periodo, ma non scriverne mai il nome.

Per dieci minuti descrivila come se dovessi farla riconoscere a qualcuno che non può chiederti direttamente che cosa provi.

Puoi raccontare dove compare nelle tue giornate, quali situazioni la rendono più presente, quale ritmo ha, che cosa ti fa notare, quali pensieri le stanno vicino, che cosa cambia nel modo in cui guardi ciò che ti circonda.

Non devi trasformarla in un personaggio e non devi trovare una bella metafora. Devi soltanto evitare la scorciatoia del nome.

Alla fine rileggi.

Non chiederti “che cosa ho scoperto?”. Osserva semplicemente se l’emozione che pensavi di conoscere all’inizio della pagina ti appare ancora identica.

E se non trovo le parole?

Anche questo può essere significativo.

Non sempre siamo pronti a raccontare quello che proviamo. A volte abbiamo bisogno di silenzio. A volte una pagina rimane quasi vuota. A volte scriviamo intorno a qualcosa senza riuscire ad avvicinarci.

Non significa che stiamo sbagliando.

E soprattutto la scrittura non deve diventare una prova di sincerità in cui siamo obbligati ad andare più in profondità.

Possiamo fermarci.

Possiamo cambiare tema.

Possiamo tornare a scrivere un altro giorno.

Scrittura personale e scrittura guidata

Si può certamente scrivere delle proprie emozioni in autonomia.

Un diario, un quaderno o una pagina occasionale possono già essere luoghi importanti di espressione.

In un percorso guidato cambia però la struttura.

La consegna non nasce soltanto dal bisogno di “scrivere ciò che senti”, ma viene costruita per offrire un punto di osservazione preciso. Può restringere il campo, cambiare prospettiva, utilizzare un’immagine o accompagnare gradualmente un tema.

Nel mio lavoro non interpreto ciò che una persona scrive al suo posto e non cerco significati nascosti nel testo.

Accompagno il processo attraverso la parola e lascio che sia chi scrive a riconoscere ciò che, eventualmente, quella pagina gli restituisce.

Quando scrivere da soli non basta

La scrittura può essere uno spazio di ascolto, ma non deve diventare il modo con cui cerchiamo di gestire da soli qualsiasi forma di sofferenza.

La scrittura terapeutica che propongo è un’attività non clinica dedicata al benessere, all’espressione e alla consapevolezza. Non comprende diagnosi, sostegno psicologico, psicoterapia o trattamenti sanitari e non li sostituisce.

Se ciò che stai vivendo è intenso, persistente o interferisce significativamente con la vita quotidiana, è importante rivolgersi a un professionista sanitario qualificato.

Non sempre dobbiamo trasformare ciò che sentiamo

Forse è proprio questo uno degli aspetti della scrittura che amo di più.

Possiamo arrivare alla pagina senza sapere esattamente che cosa proviamo.

Possiamo cercare parole, cancellarne alcune, trovarne altre.

E possiamo anche finire senza una risposta.

Perché scrivere le emozioni non significa necessariamente trasformarle.

A volte significa soltanto concedere loro abbastanza spazio perché possano essere viste con maggiore precisione.

Nei miei percorsi individuali e nei laboratori utilizzo la scrittura proprio in questo modo: attraverso tracce guidate costruite intorno a temi, passaggi e domande che una persona desidera esplorare.

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